Persistenza
Linguetta #203 / C'è durabilità e duttilità nel concetto di persistenza, che è in grado di costituirci e generare rinnovamenti nelle nostre teste. Proviamo a esplorarne i confini.

Ehilà, eccomi con una nuova Linguetta!
Quando cammino per paesi e città, la cosa che mi piace di più è lasciarmi sorprendere dai dettagli urbani, specie dalle forme di pareidolia.
A volte poi capita di notare cose bizzarre e architetture che fanno accavallare i pensieri, come ricordi di cui rimangono resti, tracce di un passato.
Mi è capitato con due muri che sembrano portali su altri tempi.

In queste due fotografie (scattate in due punti d’Italia distanti geograficamente) ci sono una porta e una finestra, che persistono come immagine ma non più come funzione.
La persistenza è un’impronta che resta.
È una specie di fossile, in grado di riportarci dal passato strati significativi che altrimenti andrebbero persi.
Un po’ come succede con i livelli cittadini di antiche civiltà, resi evidenti rispetto al piano della superficie su cui camminiamo oggi; o come succede nel restauro conservativo di un’opera architettonica, quando alcuni elementi originali mancanti vengono reintegrati ma messi in evidenza con colori diversi dall’originale.
Anche se la lingua è un organismo in continuo mutamento, c’è un carattere persistente nelle sue strutture (lessicali, grammaticali), che le consentono slittamenti graduali e la possibilità di essere compresa nel tempo, anche fra diverse generazioni di umani.
Vivide impressioni
In un episodio dello scorso aprile del podcast Catrame Pod, Paola Natalucci ospitamartino/pietropoli, che a un certo punto (19’10”) parla della meditazione mattutina come qualcosa che “lascia una coda onirica, una specie di residuo del sogno”.
Martino Pietropoli ne parlava anche nella puntata 113 della sua newsletter Il Pensiero Lungo, dicendo:
Amo molto la meditazione del mattino. Nasce da quella che definisco “Onda Onirica”: dietro gli occhi e nella testa ho ancora frammenti di sogni e mi convinco che la meditazione li rievochi. O che comunque nasca da quella stessa materia.
Ecco, questa figura rende icastico il carico residuale del sogno, una specie di orma che rimane, la dimensione buia che viene protratta.
Ed è come nelle macchine fotografiche analogiche, quando aprivamo l’obiettivo per fare entrare la luce e la pellicola veniva “impressionata” e creava l’immagine, avevamo il negativo che poi andava sviluppato.
Questa persistenza cognitiva la proviamo nei più svariati momenti, può generare ricordi, déja-vu, sovrapposizioni, comunque rimane qualcosa che ci blocca per il tempo di un istante e che poi ci rimette in viaggio; un po’ come accade proprio con una macchina fotografica, ritrovata in riva al mare dal protagonista dell’albo senza parole Flutti di David Wiesner.
Così, si innesca una vertigine figurativa che trasforma la macchina fotografica in un congegno temporale in grado di incrociare vite in modi inaspettati.
La persistenza delle immagini è un telefono senza fili che non finisce mai.
L’idea è una promessa
A pensare alla parola ‘persistenza’ l’immaginazione si aggancia subito a Salvador Dalì e uno dei suoi quadri più noti: La persistenza della memoria, con la sua esplorazione dei tempi mentali.
Sta al MOMA di New York ed è un quadro di piccole dimensioni (24,1 x 33 cm) capace di produrre però grandi squarci mentali in chi lo osserva, proprio come riesce a fare la parola persistenza, indicando qualcosa che si ferma a lungo nella nostra testa.
Un’idea può persistere e generare cose nuove.
Succede quando percorriamo strade inaspettate, come emerge da un commento che Antonio Bellu fece poco tempo fa sotto una mia nota su Substack, accennando al default mode network, cioè la rete cerebrale che si attiva quando lasciamo vagare la mente.
Allora, le idee che raccogliamo sono grumi di resistenza, e riesce a dircelo bene un frammento del romanzo La settima funzione del linguaggio di Laurent Binet (traduzione di Anna Maria Lo Russo):
Passano molto minuti, come quando alla fine di un film le luci non sono ancora, quando il ritorno al mondo reale viene vissuto come un risveglio ovattato, quando le immagini danzano ancora dentro gli occhi di ciascuno, prima che gli ultimi spettatori, sgranchendo le gambe intorpidite, si alzino per lasciare la sala.
Emergiamo dalla sala buia come sbucando da un sogno, o da qualsiasi altra attività che ci impegna in un flusso di sospensione del tempo.
E ci succede quello che Sara Mostaccio raccontava in una bellissima puntata di Kalò Dromo:
Ogni corsa è un documento, lascia una traccia. Non serve neanche che sia stata una corsa memorabile. Perché venga archiviata, basta che sia accaduta. Pure le corse brutte, pure quelle che mi sono sembrate inutili.
Ogni volta che corro, sento sotto i piedi questo archivio, sempre più vasto, più fondo. Funziona da fondamenta. L’hai già fatto, puoi rifarlo!
C’è una memoria tattile che ci portiamo dentro e che ci aiuta a comporre la nostra storia.
Siamo un archivio di memorie che collidono, persistono, risignificano, in un processo di ricreazione continua.
🖊️ Inversi
Oggi pochi versi dalla raccolta Poesie per aria di Chiara Carminati, per dare il benvenuto al caleidoscopio di giallo-arancio-rosso delle settimane che arrivano.
Bosco d’autunno
Una castagna nel riccio riluce, luce
Sotto il cielo che lento si sfoglia, foglia
Un profumo di fungo sotterra, terra
Mentre i rospi respirano in coro, oro.
📚 Animarsi nel buio
Il consiglio è per il libro illustrato Visivamente. Atlante delle immagini in movimento, nel quale Pietro Grandi ci porta dentro tutte le costruzioni che gli umani hanno immaginato per riuscire a creare la magia di immagini che si muovono, dal Paleolitico fino all’attimo in cui è nato il congegno cinematografico.
🎥 Ricominciare
Mi sarebbe piaciuto esserci quando è uscito in sala, ma anche vederlo su uno schermo più piccolo è una gioia continua: sto parlando di C’era una volta il West di Sergio Leone, che quando Charles Bronson guarda Claudia Cardinale e Claudia Cardinale guarda Charles Bronson, e parte il motivo “C’era una volta il West” di Ennio Morricone, ecco, quel momento di tempo sospeso è il cinema, per me. E sta dentro due primi piani e tre battute:
Armonica: Diventerà una grande città Sweetwater.
Jill: Ci passerete un giorno o l’altro?
Armonica: Un giorno, o l’altro.
Prima che tutto finisca, prima che tutto inizi.
Mi sa che è tutto, noi ci leggiamo alla prossima Linguetta!
Assecondiamo le nostre persistenze, che in fondo basta usare il 💖, lo stesso cuore che sta qui sotto e che potete pigiare per dirmi se v’è piaciuta la puntata (così come i pulsanti di commento e restack).
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Libri e dintorni
L’ultimo libro che ho scritto è L’arcipelago delle isoleombra (Sabìr, 2024, illustrazioni di Marianna Balducci).
Se volete invitarmi da qualche parte a raccontare di isole, mari, lingua, oppure per leggere ad alta voce, scrivetemi o mandatemi un corvo 😜.














