Web
Scatoline #23 / Ci bastano telefono, pc o smartwatch per collegarci a quell'immensa rete Internet con cui fare un sacco di cose. Ce lo raccontano Antonio Pavolini e Nicola Giorgio.

Ehilà, eccomi con una nuova puntata delle Scatoline x Linguetta!
Da qualche parte conservo ancora i CD-ROM di Encarta, l’enciclopedia multimediale che Microsoft lanciò nel 1993 con l’idea di raccogliere le conoscenze umane – pur organizzate come prodotto di un’azienda privata.
Poi, il 15 gennaio 2001, arrivò Wikipedia con l’idea di costruire un’enciclopedia collettiva, facendo girare la conoscenza non più sull’hard disk dei singoli computer ma sull’hard disk più grande del mondo: la rete Internet.
Potevamo imparare online grazie al web.
E Wikipedia è forse l’esempio più evidente di quella ragnatela che la parola web ci restituisce, una rete di punti connessi che si estende invisibile come le linee immaginarie di paralleli e meridiani che avvolgono la Terra.
È il World Wide Web, quell’ampia rete mondiale di collegamenti fra documenti (testi, immagini, video) accessibile grazie a Internet: un web immateriale che esiste grazie a qualcosa di fisico, che occupa spazio e che Antonio Pavolini spiega molto bene con alcune parole a tutta pagina della Scatolina:
Le scatole dell’Internet
Nel 2016 uscì un documentario di Werner Herzog intitolato Lo and Behold - Internet: il futuro è oggi, con quell’espressione inglese “lo and behold” che si potrebbe tradurre con guarda un po’, da non credere!, chi l’avrebbe mai detto!
Proprio quello che avranno pensato le persone presenti il 29 ottobre 1969, quando la rete ARPANET connesse per la prima volta due computer1: il messaggio doveva essere “login”, ma si bloccò dopo le due lettere “lo”.
Ecco, Internet nasce nell’errore e nella sorpresa.
Cioè nella possibilità e nel divertimento, nell’esercizio del dubbio e dell’ironia: un po’ come se le macchine “avessero voluto dirci” di tenere a mente che quell’invenzione che noi umani avevamo acceso, poteva funzionare soltanto ricordando di domandarci sempre cose e di non prenderci troppo sul serio.
Internet è la somma di tante scatole che contengono la nostra umanità in forma di bit, un congegno “per rispondere alle nostre vere curiosità, quelle che nascono dalla nostra vita quotidiana nel mondo fisico”, come ricorda Antonio Pavolini nella Scatolina.
Il web ci contiene con tutte le nostre sfumature, non ha né colpe né pregi, è uno strumento che sta dentro al percorso evolutivo che come specie abbiamo iniziato quando 4 milioni di anni fa ci siamo alzatə su due piedi.
Il web è uno strumento che usiamo, e il grado di utilità dipende sempre da chi quello strumento lo afferra, e da come lo afferra.

Espandere il web
Il web è immaginario, e come tutti gli immaginari è anche un posto che abitiamo, uno spazio dentro cui possiamo muoverci per fare cose, cioè per cercare, raccontare, disegnare, suonare, conoscere, discutere, divertirci.
Sta lì, possiamo scegliere quando usarlo e quando farne a meno, in ogni caso è un ambiente che possiamo sempre decidere noi come espandere. Intanto, proviamo a farlo con i tre consigli di lettura, visione, ascolto di Antonio Pavolini e Nicola Giorgio.
Antonio Pavolini2
Luminol di Mafe De Baggis, perché fu il primo libro ad argomentare come e perché Internet non sia mai la causa diretta di un problema, ma molto spesso lo strumento che ci permette di vederlo quando tutto cospira affinché non sia possibile vederlo; l’esempio classico è il bullismo nelle scuole, che finché era narrato dal bambino in lacrime che torna a casa era derubricato a “sacrosanta scuola di vita”, mentre ora che è testimoniato dai video su YouTube diventa una improvvisa piaga della cyber-società, da cui il termine, autoassolutorio, di “cyberbullismo”.
The Internet’s Own Boy, il documentario del 2014 sulla vita di Aaron Swartz, scritto e diretto da Brian Knappenberger. L’ho scelto perché è un documentario che spiega molto bene, attraverso la vita di un hacker e un visionario, a quale internet stiamo rinunciando. La open internet: quella dell’accesso libero alla conoscenza, dell’apertura ai linguaggi e alle culture diverse dalla nostra, dell’interoperabilità, del copyleft, eccetera.
Fitter, Happier dei Radiohead, che descrive bene, già nel 1997, un mondo informatizzato dove i consumi, i desideri, le aspettative della società sono perfettamente omologate, perché così le vuole il capitale, l’industria, e quindi l’algoritmo.
Nicola Giorgio3
Consiglio due libri: Google volume 1 e Google volume 2. Il primo uscì nel 2013 e gli autori sostituirono le 21.110 parole e definizioni di un dizionario tascabile con la prima immagine restituita da Google Immagini per ciascun termine. Dieci anni dopo è stato pubblicato il volume 2 che ripete l’esperimento mostrando che cosa è cambiato nel tempo. Questo progetto, come sottolineano gli amici di Immagina Festival (dove ho scoperto i due volumi), “mette in luce i pregiudizi e i limiti del motore di ricerca e la povertà visiva dei risultati considerati più pertinenti”.
The Social Dilemma di Jeff Orlowski, documentario Netflix del 2020 che “esamina la diffusione dei social media e il danno che essi causano alla società, concentrandosi particolarmente sullo sfruttamento e sulla manipolazione degli utenti, attraverso l’utilizzo di tecniche come il data mining. The Social Dilemma approfondisce alcuni aspetti dei social media: la dipendenza che provocano, in particolare nei più giovani, l’uso in politica, il contributo alla diffusione di teorie complottistiche, gli effetti sulla salute mentale” (da Wikipedia).
The Internet di Web of me. Immagino sia chiaro perché proprio questo gruppo e perché proprio questa canzone, direi quasi didascalico. Ora proviamo a fare questo gioco: immaginiamo che a cantarcela sia un qualsiasi chatbot (: “You’re just caught up in a web of me”.
P.S.
I consigli musicali li trovate riuniti in una playlist su Spotify che si popola di due canzoni ogni due settimane: si chiama Scatoline x Linguetta, ma ci aggiungo pure i consigli di chi legge questa newsletter – scrivetemi pure nei commenti o via mail.
Mi sa che è tutto, noi ci vediamo alla prossima Scatolina!
Che uscirà venerdì 31 ottobre, alla scoperta della parola XY, scritta da Lù Casini e illustrata da Caterina Di Paolo.
I due computer che per la prima volta vennero collegati in Internet distavano fra loro 500 chilometri, uno all’Università della California e l’altro allo Stanford Research Institute.
Antonio Pavolini è podcaster, blogger e analista dell’industria dei media. Su Instagram lo trovate come @antoniopavolini.
Nicola Giorgio è illustratore. Su Instagram lo trovate come @nicolagiorgio_.








Spero di riuscire a vedere The Social Dilemma. Promette bene.