[Prompt] Work After Holidays
Dall’evasione di agosto alla libertà di ogni giorno
Sei appena tornato dalle ferie e stai già pianificando quelle del prossimo anno.
Se non ti sembra un problema, sei esattamente la persona che deve leggere quello che sto per scriverti.
Aspetti agosto come un carcerato aspetta la libertà vigilata, tre settimane di pausa da una vita che per 49 settimane all’anno ti opprime senza che tu abbia il coraggio di ammetterlo.
Chiamala pure normalità, ma è la definizione perfetta di una vita sbagliata.
La sindrome di agosto
L’Italia è l’unico paese industrializzato in cui il 70% delle aziende chiude ad agosto mentre i competitor internazionali lavorano a pieno regime. Eppure tu continui a comportarti come se questa paralisi collettiva fosse un diritto acquisito, invece che il sintomo di un sistema malato.
Guarda i tuoi colleghi il primo settembre: facce da funerale, sospiri, mugugni, lo sguardo già proiettato al prossimo weekend. Come se avessero appena iniziato una nuova condanna ai lavori forzati.
Alla fine di agosto ti rendi conto che stai per tornare a sprecare otto ore al giorno della tua unica vita in qualcosa che non ti trasforma, non ti appassiona e probabilmente non serve a nessuno.
Più il tuo lavoro è insignificante, più hai bisogno di fuggire. E più fuggi, più il rientro diventa un trauma psicologico che ti costringe a pianificare la fuga successiva. Sei intrappolato in un ciclo di dipendenza dalle ferie che sarebbe assurdo, se solo non fosse così tragicamente diffuso.
Ora chiediti: se per 49 settimane all’anno senti il bisogno di scappare, la cosa di cui dovresti preoccuparti sono davvero le tre settimane di pausa o le 49 settimane di prigionia che chiami carriera?
In ferie da cosa?
Quando Sergio Marchionne disse “sono tutti in ferie, ma in ferie da cosa?” scatenò una polemica furiosa: i sindacalisti lo accusarono di voler eliminare le vacanze; gli imprenditori lo applaudirono per aver finalmente detto una verità scomoda sul lavoro italiano.
In realtà Marchionne non criticava il diritto alle vacanze, metteva il dito sulla piaga più profonda del sistema italiano: come può un manager prendersi tre settimane di pausa quando la sua azienda sta perdendo quote di mercato? Come può un paese permettersi di fermarsi quando non ha risolto i suoi problemi strutturali? Ma soprattutto, come può una persona aver bisogno di fuggire da qualcosa che dovrebbe definire la sua identità professionale?
Marchionne aveva individuato il problema giusto, ma per risolverlo proponeva la soluzione sbagliata: non serviva lavorare di più, serviva lavorare diversamente. Se i manager italiani hanno bisogno di scappare ad agosto, significa che per undici mesi all’anno fanno un lavoro che non li realizza (e che evidentemente è anche poco utile all’azienda).
Il sintomo sono le ferie compulsive, la malattia è il bullshit job mascherato da carriera rispettabile.
La fabbrica dei bullshit jobs in cui lavori
David Graeber li ha chiamati “bullshit jobs” e tu sicuramente ne fai qualcuno, anche se pensi il contrario. Sono lavori che non creano valore reale, non trasformano chi li fa, non servono a nessuno se non a giustificare gerarchie inutili e alimentare il teatro della produttività che ti tiene occupato, ma non ti rende utile.
L’Italia è una fabbrica di bullshit jobs travestiti da professioni rispettabili. Passi il 60% del tuo tempo in riunioni per preparare riunioni, scrivi email per confermare email, compili report che nessuno leggerà mai, segui processi che rallentano altri processi, gestisci relazioni con middle manager che gestiscono altri middle manager che alla fine non gestiscono niente di concreto.
Quando il tuo lavoro non ti trasforma e non trasforma il mondo intorno a te, l’unica trasformazione che riesci a immaginare diventa la fuga temporanea dalle conseguenze delle tue scelte professionali.
Ecco perché aspetti agosto con ansia: non stai fuggendo dalla fatica del tuo lavoro, ma dalla sua mancanza di significato. Non cerchi il riposo, cerchi il senso che il tuo lavoro non ti dà. Ma come puoi trovare senso in tre settimane quando per 49 settimane fai qualcosa che senso non ne ha?
La tragedia è che ti sei convinto che è normale, che il lavoro, per definizione, è un peso - un travaglio, come si dice in francese o in spagnolo. Che la realizzazione professionale è un lusso da ricchi o da sognatori. Ma questa mentalità da sopravvivenza industriale è esattamente quello che ti tiene intrappolato nel ciclo stress-fuga-ritorno che chiami vita adulta.
Cambia i tempi del lavoro
Ho già scritto di come il knowledge worker dovrebbe somigliare a un atleta, capace di bilanciare i tempi della performance con quelli dell’allenamento e del recupero. Oggi, di ritorno dalle ferie di agosto, mi sono convinto che il modo per iniziare a farlo è concentrarsi sull’unità temporale giusta.
Ti sei abituato a pensare al tuo lavoro in anni: fai una programmazione annuale, setti obiettivi annuali, hai ferie annuali, bonus annuali, come se la tua esistenza fosse un bilancio contabile da chiudere a dicembre invece che un’esperienza quotidiana, da costruire giorno per giorno.
Ma la vita si vive un giorno alla volta. E se rovini la qualità di 200 giorni lavorativi all’anno credendo di poter compensare con 15 giorni di ferie perfette, stai applicando una logica matematicamente assurda che ti condannerà a una vita strutturalmente insoddisfacente.
Il tuo cervello non è una macchina progettata per produrre output costante per otto ore consecutive, ma uno strumento sofisticato che funziona per picchi creativi, momenti di flow e intuizioni improvvise che richiedono energie mentali fresche, non residue.
Il cambiamento di cui hai bisogno è dimenticare l’anno e ripensare la giornata. Smetti di programmare meglio le vacanze e inizia a ristrutturare ogni singolo giorno di lavoro. Impara a costruire la tua libertà quotidiana.
Le nuove regole del lavoro
Due ore che cambieranno la tua vita
Per cambiare il tuo lavoro devi cambiare l’architettura della tua giornata lavorativa, che probabilmente hai costruito seguendo consigli di produttività che funzionavano per lavori che non esistono più.
Prima regola: non mangiare rane. Nel libro Eat That Frog! Brian Tracy ci ha convinti che dobbiamo iniziare la giornata dalle cose più difficili, dai task che rimandiamo e dalle urgenze che ci pesano. Ingoiare subito il rospo più grosso. Peccato che le rane possono essere infinite, quindi potrebbe non bastare un’intera giornata per mangiarle tutte. È un consiglio disastroso per un knowledge worker: sarebbe come chiedere a un velocista di correre i 100 metri dopo aver corso una maratona. Ma soprattutto: chi ha voglia di mangiare rane?
Le prime due ore della tua giornata lavorativa devono diventare territorio sacro e inviolabile. Non toccarle, non negoziarle, non riempirle di urgenze altrui o di task operativi che ti fanno sentire produttivo ma non ti trasformano.
Primi 30 minuti: studia qualcosa che ti interessa davvero. Leggi, esplora, impara cose nuove che amplificano le tue capacità cognitive e ti rendono più interessante come professionista. Il tuo cervello deve essere nutrito prima di essere sfruttato.
Successivi 90 minuti: deep work sul tuo unico lavoro importante. Quello che solo tu puoi fare, quello che ti rende insostituibile, crea valore reale e ti trasforma mentre lo fai. Zero email, zero notifiche, zero meeting, zero interruzioni. Solo tu e il lavoro che ti definisce come professionista e come persona.
Dopo puoi fare tutto quello che devi fare. Se lavori fino alle 18, il resto del tempo sarà inevitabilmente occupato da riunioni, allineamenti, task operativi, email e tutte quelle attività che si devono fare ma non ti cambiano la vita professionale. Accettalo serenamente perché hai già fatto quello che conta.
E alle 18 spegni tutto senza sensi di colpa. Sviluppa un framework di protezione mentale ferreo: i to-do finiscono quando hai esaurito il tempo disponibile, non quando hai finito tutto quello che potresti fare. Quello che resta dopo le 18 è recovery autentico: famiglia, amici, sport, hobby, qualsiasi cosa che non sia lavoro mascherato da vita personale.
E la vita della tua organizzazione
Eliminate le riunioni prima delle 10 e dopo le 16 per proteggere i momenti di massima lucidità mentale dei professionisti che lavorano con voi. Una riunione inutile alle 9 del mattino può distruggere l’intera giornata produttiva di una persona e costare più di quanto immaginiate.
Normalizzate culturalmente il diritto al deep work, rendendo socialmente accettabile dire “no” a un meeting per proteggere un momento di lavoro profondo. La cultura dell’always-on è il nemico numero uno della creatività, dell’innovazione e della soddisfazione professionale.
Il lavoro come pratica quotidiana di crescita
Questo modello trasforma ogni tua giornata in un ciclo completo ed equilibrato: formazione (30 minuti), performance (90 minuti), esecuzione (resto della giornata), recovery (sera). Non hai più bisogno di fuggire dal tuo lavoro perché ogni giorno integra già tutto quello che ti serve per stare bene e crescere professionalmente.
Non sono i grandi cambiamenti occasionali che trasformano l’esistenza, ma i piccoli miglioramenti quotidiani costruiti nel tempo. Tu non hai bisogno di tre settimane perfette all’anno, hai bisogno di 200 giorni migliori che, sommati, creano una vita diversa.
Quando il tuo lavoro quotidiano include formazione, creatività e recupero, le ferie cambiano completamente natura e funzione. Non sono più una fuga disperata dalla prigione professionale, ma l’amplificazione naturale di una libertà che hai già costruito giorno per giorno. Non sono la compensazione per undici mesi di sofferenza repressa, ma l’intensificazione di una vita che funziona già.
Pensa ai migliori professionisti che conosci: non aspettano agosto per stare bene con se stessi, stanno bene tutto l’anno perché hanno capito come strutturare il tempo in modo che ogni giorno sia un passo verso la persona che vogliono diventare. Non lavorano più ore di te, lavorano in modo radicalmente diverso. Non fuggono dal lavoro, hanno trasformato il lavoro in una pratica quotidiana di crescita personale e professionale.
Il paradosso finale è che quando smetti di aver bisogno delle ferie come fuga, le ferie diventano incredibilmente più belle e rigeneranti. Perché non stai scappando da qualcosa che ti opprime: stai espandendo e intensificando qualcosa che già funziona nella tua vita quotidiana.
Update
Dopo aver letto l’articolo, qualcuno di voi mi ha scritto dicendo:
”non esiste una regola che vada bene per tutti: come riprogettare la giornata dipende dalla tua situazione personale, familiare e lavorativa.”
Vero.
Ed è proprio qui che l’AI ci può aiutare, rompendo le barriere tra il contenuto statico costruito sul mio contesto (l’articolo) e la consulenza necessaria per personalizzarlo in base al tuo contesto.
Ti presento WorkDay Designer, un prompt che incollato in Claude o ChatGPT o nel tuo chatbot AI preferito ti guida nel design della tua giornata perfetta, equilibrando studio, deep work, execution e recovery.
Provalo e fammi sapere come va!




Condivido questo modello che proponi e lo applico in massima parte. Aggiungo, però, che serve un lavoro sui confini e una buona dose di assertività, altrimenti resta un buon metodo sulla carta, irrealizzabile nella realtà. Bellissima newsletter, Matteo. Come sempre.
Leggo sempre con interesse questi tentativi di rimettere al centro il senso del lavoro, ma ogni volta mi chiedo se non sia già una forma di privilegio potersi fare certe domande. Per molti, rientrare dalle ferie non è un’occasione di riflessione, è semplicemente tornare a produrre, magari senza capire bene cosa o per chi, ma con la certezza che non si può scegliere. Forse il vero problema non è che il lavoro sia vuoto, ma che ci ostiniamo a cercargli un significato dentro contesti che ormai funzionano solo per accumulare metriche. E in quel vuoto ci costruiamo sopra processi, riti, playbook motivazionali, parole nuove per fare cose vecchie, come se bastasse un lessico diverso per restituire dignità a ciò che abbiamo svuotato con metodo. Non so se serva riumanizzare il lavoro, o semplicemente smettere di estetizzarlo.